Per sedersi al bancone dovete avere chiaro il vostro obiettivo.

parte IV Identificazione delle strutture di genere.

Per sedersi al bancone dovete avere chiaro il vostro obiettivo.

Volete davvero fermarvi in quel bar ?.
Ecco che l’identificazione con il barman e con il luogo è fondante.
Quanto siete disposti a provare, che cosa vi aspettate, quale è la vostra esperienza. Se siete arrivati sino li. Motivatevi: aprite mente e cuore.
Chiedetevi come ci siete arrivati e come eventualmente vorreste uscirne.
State cercando solide abitudini?
Un rimorchio ? Una notorietà.
Vi hanno detto che passeranno gli amici, attendete una donna, fate l’aperitivo ?. Volete scrollarvi di dosso la fatica della giornata ?.
O raccontare a qualcuno la triste storia della vostra vita ?

Identificare il luogo: Ogni bar e ogni barman esprimono la loro capacità attraverso dei segnali.
Primo segnale : La rastrelliera
Alle spalle del Barman C’è IL SUO SANTA SANCTORUM. Osservate con attenzione il livello dei liquori. Ci sono mediamente tre fasce di prezzo per ogni tipologia di prodotto: Economico, medio, alto e poi il vostro molto buono.
La caraterizzazione del Molto Buono dipende da tre fattori : il portafogli
la vostra conoscenza, la proprietà.
Al di sopra dei gusti personali, io ad esempio ho preferenze strambe, con una netta deriva verso amari e liquori al limite della bevibilità, considerate che ad ogni fascia di prezzo coincide un minor rischio di intossicazione.
É ovvio che se entrate da un indianino di Banglatown a Tor Pignattara alle due di notte, con cinque euro in tasca, la scelta è ridotta, quanto opinabile.
Viene da se, che se un whisky porta la dicitura 40 anni single cask single malt sarà nettamente più caro di un blended canadese.

Secondo: L’ordine del bancone, offre lo spunto per una riflessione sulla personalità, se ne intravede il potenziale, l’origine, le influenze e la direzione. I liquori distribuiti alle sue spalle sono indice delle sue convinzioni, o dell’eventuale prodotto sponsor dell’attività.
Se un marchio è su ogni cosa, bicchieri, glassete, shaker manifesti e specchi, probabilmente la vostra scelta sarà indirizzata verso quel prodotto specifico, e le sue varianti. Altri più consolidati e abituali usano poche bottiglie e poche sostanze ma in questo caso sono maniacali ed esprimono in poche bottiglie la loro miglior ricetta. Io preferisco la seconda delle ipotesi.
Meno prodotti e più specializzazione, mi danno l’idea di rapportarmi con chi ha ferme convinzioni e provare un esperienza reale. Nell’individuazione del tipo di bar che scegliete la disposizione dei prodotti e degli attrezzi è fondamentale. Dove ha messo le vodka e i gin, dove i bitter? Usa la frutta fresca ? Ci sono birre, e di che tipo ? Ci sono Vermouth, liquori ? Estrattori ed altre diavolerie?. Questo vi permetterà di ordinare senza indugi la cosa che vi viene in mente al primo colpo.
Niente di peggio può essere quella di esclamare “Vorrei quel liquore con quel liquore che beveva hemingway, ma piu secco, tipo rum e mela verde”.
La faccia del barman passante da disgustato. Ad un più sgarbato “che palle eccone un altro” non vi aiuterà al portare al meglio la serata.
La capacità di essere sicuri delle vostre convinzioni è del tipo : qualcosa di secco, poca frutta, oppure “Martini” o semplicemente “Negroni”, o quello che sapete vi piace di più e poi incrociate le dita.

Terzo : L’ambiente qual’è ?
Ci sono specchi, raffinate tovagliette, luci soffuse, divani comodi o sedie pieghevoli. Non è sempre indice di qualità ma l’arredamento agevola il piacere della sosta. Poi è vero che un uso estremo di gingilli e poca sostanza possono essere fastidiosi. O è vero anche che in alcune bettole potreste trovare un miracolo. Ma solitamente l’ambiente trasuda l’aspettativa, e un servizio cortese quanto allegro è dal mio punto di vista il giusto compromesso.

Quarto : la Cortesia e la Pulizia.
Seguono la Professionalità e la preparazione. Per cortesia mi attendo un buonasera o un buongiorno, un sorriso quando possibile e la possibilità di essere un ospite gradito (dico la possibilità potrei essere davvero fuori orario o fastidioso). Infine l’ultimo degli aspetti è il prezzo che pagherò alla fine: considerato in rapporto alla qualità del servizio, dei prodotti consumati, e della location o del luogo dove sono.

Buone Maniere: Se entrate per la prima volta. Dopo il saluto di rito è bene chiedere se ci si può accomodare, salvo il locale sia totalmente vuoto.
Una volta seduti guardatevi intorno. Cosa provate cosa vi ricorda quel luogo.
Ora supponiamo che siamo in un bar buono, sentite qualche odore sgradevole?
Sarà compito del barman e del cameriere se c’è, mettervi a vostro agio e catturarvi. Cercherà di stupirvi con la sua capacità. Cosa gli riesce meglio, sarà piazzato tra le seconda e la terza domanda proposta. La prima domanda è neutra. La seconda mira a farsi dire cosa vi piace. La terza pone un alternativa che non era nello standard. Ora se vi va di capire, fatevi un idea veloce dei suoi gusti, limitatevi a essere chiari con voi stessi. Se volete tornare o meno in quella situazione. Un semplice gin tonic (e qui vi chiederà quale gin mettere), o un buon negroni, o se vi piace di più un Martini sono di norma i due tre base che vi permettono di capire di che pasta è fatto. Potrebbe obiettare che la lista è lunga e ci sono le specialità della casa. Lasciatelo fare. Ma il gioco si ribalta. Alchimie complesse e strutture a più di tre componenti alle volte sono rischiose. Ma se segue il racconto del cocktail e della sua genesi allora siete passati avanti di un passo.

 


Quando deciso il cocktail, attendete pacifici e assaggiate con gli occhi chiusi.
Il resto raccontatemelo.
È la vostra di esperienza.

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#ilsantobevitore La metafisica del Bar

Il bar è un concetto metafisico, per molti aspetti. È certamente un luogo fisico, materiale lo trovi persino su Google, ma nell’immaginario e nei racconti è addirittura:

Sotto il mare”:

“Non so se mi crederete. Passiamo metà della vita a deridere ciò in cui altri credono, e l’altra metà a credere in ciò che altri deridono. Camminavo una notte in riva al mare di Brigantes, dove le case sembravano navi affondate, immerse nella nebbia e nei vapori marini, e il vento dà ai rami degli oleandri lente movenze di alga. Non so dire se cercassi qualcosa, o se fossi inseguito: ricordo che erano tempi difficili ma io ero, per qualche strana ragione, felice”. “

IL Bar sotto il mare, incipit. Stefano Benni 1977”

In fondo è la stessa cosa.

Il bar ideale non esiste sulla carta, forse nemmeno sulle guide, non è tangibile o ascrivibile a regole fisse stampate su tavole, è piuttosto una serie di cose, di fatti, di piccoli dettagli, di sorrisi di ragazze e storie, è l’anima lasciata dai personaggi che lo animano e lo frequentano, dal caso dalla fortuna a da mille leggende da bancone.

Ricordo un film con Kurt Russel del 1986, dal nome fighissimo “Stargate” nel film c’era una porta, che apriva una dimensione spazio temporale, veniva attraversata da un gruppo di militari che combattevano un Dio-faraone spaziale molto, ma molto cattivo, che con la bacchetta magica e un paio di semidei mostruosi antropomorfi voleva distruggere il mondo.

 

Il Bar io lo vedo più o meno cosi: entri che c’è ancora la luce solare, varchi la porta; saluti e ti siedi in compagnia di un paio di amici, o ancora meglio una mora strepitosa, per fare l’ aperitivo. Ne esci tre giorni dopo attorno alle tre di mattina, discutendo di antroposofia con un attaccapanni in stile Liberty. Mentre il coro del X Reggimento Granatieri di sua Maestà Britannica Imperatore di tutte le Indie suona Tundertruck degli ACDC con le cornamuse”.

 

Ma come sai qual’è il Bar giusto per te. È come lo trovi ?

Ti fidi dell’istinto, e delle precedenti occasioni sprecate.

Ricordo che da ragazzo erano più le volte che ero scontento che quelle che mi divertivo. Poi cambiano le abitudini si guardano altre cose, si legge meglio l’ambiente. Ciò che ti affascina a 20 anni, ai 40 non te lo ricordi nemmeno. Devi solo vederlo, annusarlo, entrare ed essere accolto da un sorriso, o da un silenzio, dipende.

Io preferisco un sorriso – (per quanto normalmente mi mandino cordialmente a fanculo, ma essendo a Roma e conoscendo bene Stefano e Vieri per quanto pittoresco lo trovo un aspetto positivo)- .

 

Alle volte quel semplice saluto di benvenuto ti cambia la serata.

Non è questa sensazione di partecipare ad una storia, affidarsi alla capacità del barman, che ne fa il tuo posto, ma è l’ empatia con il luogo, con l’ambiente, con gli altri clienti, un microcosmo cangiante e labile dove qualsiasi progetto e qualsiasi avventura aspettano di svegliarsi. Scrive Paolo Conte: “è tutta una serie di cose che fa si che io rimanga qui”. E continua “ma una birra fa gola di più, in questo giorno caldo di caucciù”

Come nel racconto di Benni, entra curioso segui la situazione, ascolta i racconti degli altri avventori, che poi attendono alla fine la tua storia.

Poter bere in un buon bar implica che il lavoro del barman sia compreso, come sia lui in grado di capire chi ha davanti. Bisogna essere capaci di rispettare il barman nel suo lavoro. Alle volte la disincrasia è colpa della proprietà, altre del personale sciatto, o della compagnia sbagliata.

Ma un bar è casa vostra, e se la proprietà mette degli swarovsky in vetrina, vi devono piacere gli swarosky, altrimenti avete sbagliato bar.

L’ingresso è il momento fondamentale,

appena entrate fatelo piano e con calma, non siate spavaldi, non è il caso. Sentite l’odore, e l’umore del banco.

Sono tutti appesi ? Si danno le arie, sono sbruffoni spavaldi, vitelloni o cosa?

Salutate, un buonasera è sufficiente.

La gentilezza è fondamentale. Ora osservate se ci sono sedute comode, vogliono che vi sediate, se è tutto fatto in stile edè scomodo è da un altra parte che dovete andare. Osservate cosa c’è di originale e dove sta il posticcio. Se c’è un armonia questa è data da un complesso di cose.

A questo punto superata la soglia cosa succede ?

La maestria del buon barman è di capire cosa possa piacerti, e cosa cerchi : chiedervelo non sarà un errore. Una volta inquadrato, cosa penserà di te?

Ecco questo è il momento che si gioca, la tua e la sua volontà di incontro.

Guarda la rastrelliera cosa è posizionato alla sua di portata di mano ?

(la prima fila è quella da vendere, la seconda è quella da cercare, la bottiglia fuori ordine è quella che preferisce. – Perché magari lo vedremo poi l’ordine delle bottiglie ha un suo motivo -.

Un bar dovrebbe essere il vostro refugio peccatorum. Ditelo. Con parole vostre.

Diventerà la vostra casa sicura, dove se telefonano per cercarvi (come succedeva sino ad alcuni anni fa), voi siete morti o appena andati via.

Quando il barman vi ha, o lo avete accompagnato, a casa, almeno un paio di volte, solo allora continuate a leggere queste pagine altrimenti vi perdereste in parole inutili al vostro orecchio piatto di locali alla moda.

Entrare al bar, al tempio, in pace, non vi sarà fatto alcun male.

 

L’importanza della letteratura da Bar

Le storie di bar hanno quel profumo di peccato, di fumoso di onirico, che me le rende affascinanti. E’ estremamente bohemien scrivere nei bar.

È alterno alcuni ne descrivono le passioni dell’animo umano assolutee profonde. Altri notturni con brio, confusione, esasperate, disperazione e parossismi, comici. .

Alcuni racconti e alcuni film importanti celebrano il bar. Per la letteratura cito a a caso: Il racconto del “caffè San Marco” di Claudio Magris o “libero Laganis”, “La prima sorsata di Birra” di Phlippe Dalerm, “Il Bar sotto il mare” di Stefano Benni, “Barfly” di Bukosky, “Chiedi alla Polvere” di John Fante, lo stesso “La leggenda del Santo Bevitore” di joseph Roth da cui il sito prende il nome.

 

E’ nei bar nel caffè che molte storie prendono vita.

L’ubriaco cantore dei nostri racconti, l’intrattenitore funambolico, spesso si cela alla vista del sole e compare al bancone, non nego che mentre scrivevo questo capitolo io stesso ero seduto al tavolino di un bar. E ovviamente nel mentre ho avuto un paio di suggerimenti (filmici per lo più) da altri avventori. Nella foschia dei fumi dell’alcol quante volte avreste potuto segnarvi delle battute strepitose. Ecco, allora che il banco assume l’Ara del luogo dell’abbandono e della rimembranza, l’unico momento dove realtà e sogno si e mescolano, e il barman a fare da Majester nella più antica delle definizioni.

È sintomatico che la letteratura dei bar è pregna di esagerazioni, di storie inventate di sindromi del cielodurismo, di pochi veri cantori. Trovatori, si, scrittori soprattutto oggi pochi, dove il social media hanno il sopravvento sulla più sociale delle situazioni il bancone.

Io amo però quelle storie esagerate come La liberazione di Parigi : è il 44 Sylvia Beach, la libraia della Shakespeare&Co. È davanti al numero 12 di rue de l’ Odéon. Vede fermarsi una jeep, ne scende Ernest Hemingway, che di corsa l’ abbraccia, la bacia poi si scusa e riparte “ devo andare a liberare la cantina dell’ Hotel Ritz”, in Place Vendome. Poco dopo vi entra entra fucile in braccio con la divisa da soldato americano urlante : “ho liberato Parigi” si appoggia al Banco e chiede: “Un Martini ben fatto”.

O lo strampalato racconto di Jean Bul che “Nel trattato sui postumi della sbronza” genera un dialogo surreale tra Lord Byron e una bella signora sul whisky e relativi effetti .   Milady : “Mi fa uno strano effetto alle gambe”,             L.B: : – le cedono ?” –                                                 M: -sorridente – “no, le allargo”.

 

Sin qui letteratura, ma sedendo a quel bancone ne avrete viste o ascoltate qualcuna anche voi. L’alcol in fondo toglie i freni inibitori magari qualcosa vi verrà da raccontare.

Magari qualcosa di strepitoso vi verrà raccontato.

Sedersi al Bancone non è solo uno spuntino e una Pinta (l’unica misura ammissibile per un maschio adulto) è una possibilità di avere una storia da raccontare o da ascoltare. È un luogo particolare dove ci si confronta in un limite in un confine tra magia e filosofia, è un Edge un confine sottile, tra la psicologia e il Nirvana.

Ecco io così vedo il Bar (quelli buoni s’intende) come l’ultima riserva del Foro della Piazza Pubblica dove le persone tolgono le maschere e si siedono a parlare a confrontarsi a raccontare nel bene e nel male le loro avventure. Ho scritto e parlato spesso di cibo e di economia, ma quando poco tempo fa mi sono trovato a fare il mio compleanno assieme a tre barman, mi sono reso conto che conosco più bar che negozi di ferramenta, alimentari e ristoranti, più cocktail che squadre di calcio, più liquori che poeti, ed è per questo che vi voglio raccontare questo mondo.

Non come un blogger ma come uno di quelli che sta al bancone. Spero che cosi mi ci mettano la targhetta con il mio nome, qui siede Daniele e amen.

In un bar ho avuto idee, giornate di stallo ma ero la seduto al bancone a parlare, a confrontarmi. Il bar può essere il luogo d’incontro per chi non ha più un ufficio. Io mi ci sento a casa alle volte, e in questa situazione che ottengo buoni risultati. Dove altrimenti potrei proporre una missione sulla luna alla ricerca di formaggio da mettere sui crackers e non venir preso per folle?.

Al Bar, ovvio.

Al bar trovi anche il giornale la mattina. Sedersi al tavolino farsi dare un caffè, aspettare che si freddi e leggere in ordine casuale l’inutile oroscopo ottimistico del giorno, le quotazioni dell’oro e i risultati della partita di calcio del giorno prima.

Ora sta a te. Hai già tre spunti per un bicchiere e una nuova conversazione.

Cosa significa Bar ?

L’etimologia della parola deriva da “Sbarra” quella su cui appoggiarsi, o quella che divide il barman dal pubblico di una Public House, cioè il bancone.

Una PUBlic house, è un luogo dove si mescolano liquori bevande si servono cibi, bevande e alcoolici. Si fornisce conforto. Da noi si chiama semplicemente Mescita o Osteria. La definizione di Osteria è quella più valida. Perché identifica non il locale, ma l’oste, l’ ospitante. E’ più accogliente identifica le persone donne e uomini che ti forniscono bevande o cibo. Snack Bar sta per mescita e stuzzichini. Osteria, è quella con cucina calda. Salotto, lounge, o caffè, sono quelli con i divanetti e i tavolini bassi dove si servono anche bevande calde o fredde analcoliche. Il caffè è invece un luogo dove si discute si partecipa ad attività culturali o politiche, nel ottocento era consentito e dignitoso andarci anche alle donne. Ed è qui che si faceva la politica.

Insomma per tutti una pausa dai rumori dalle sensazioni negativi del traffico. dalle moglie urlante e incazzate (ci credo se sei spesso ubriaco), dal capo ufficio, dal vicino di casa. Non spiega abbastanza, perlomeno, non ancora.

La sostanza è che dall’altra parte del bancone c’è un essere umano. Il bartender o l’oste. Storicamente nasce prima l’oste, successivamente il barman, anche se il principio di fondo non è dissimile.

E’ il 1862 quando Jerry Thomas diviene il divo, il re dei barman o dei bartender. Lo fa miscelando whisky e bitter più probabilmente del rye infiammato. È talmente famoso che mentre da noi si produce “L’arte del mangiare bene” di Artusi in America spopola il suo libro The Bar-Tender’s Guide (intitolato anche How to Mix Drinks or The Bon-Vivant’s Companion), il primo libro sui cocktail pubblicato, almeno negli Stati Uniti. Dove J.T. raccoglie e codifica le ricette della tradizione sino ad allora orale dei cocktails. All’interno del testo troviamo le basi dei principi della miscelazione di tutte le categorie dei cocktails. Non solo Jerry Thomas è un divo ma è talmente richiesto, per il suo spettacolo da essere pagato quasi quanto il presidente degli Stati Uniti. Ecco perchè, molti barman ne scimmiottano le mosse oggi.

Ha creato quello che Pellaprat ha fatto per i cuochi, J.T è il primo Barman personaggio pubblico. Thomas è bravo e si permette di essere un giocoliere, un crooner un entrateiner (nel senso di attore) che gioca fa magie, miscela pozioni. Non sono le miscelazioni, il segreto, ma gli spettacoli, le magie. Aggiornerà più volte la guida nel corso della sua vita per includere sempre nuove ricette da lui create o codificate, sarà sempre esaurita ogni ristampa. Io non amo questo tipo di intrattenimento, ma se non è il funambolico Thomas che identifica un bar, cos’è allora ?

 

Di sicuro il Barman o Barlady ha la sua importanza. Perchè è quello il fronte la persona. Quindi un Bar man o lady Bravo.

 

 

 

Dialogoi davanti ad una bottiglia di vino da due euro e cinquanta

Per anni ho combattuto contro le mie paure: contro mio padre a cui non volevo assomigliare, contro l’insicurezza e contro Dio che mi aveva dato un destino limitato.

Nel farlo ho costruito un mondo fatto di cose a metà. 

Un mondo pieno di Piccoli oggetti insignificanti per gli altri, che sono state le mie certezze. un giorno me l’hanno tolte. 

Ho preso l’ abitudine che puoi solo fare ciò che sei davvero. 

Ogni volta che ho alzato gli occhi al cielo e ho pensato di avercela fatta, il destino mi ha premiato con una caduta. Ed ogni caduta è stata sempre più forte sempre più profonda sempre più lunga. 

Fin quando mi sono concentrato sulle mie paure i problemi le difficoltà non hanno fatto che ripetersi ciclicamente e in maniera sempre più veloce. 

La sequenza è questa: Paura, vs. coraggio, (prima azione trova il coraggio)  Risoluzione del problema (con innumerevoli tentativi di sviare, assolutamente deleteri e inutili), Pausa, tampone (cioè risoluzione parziale)   Superbia (hai visto quanto sono figo?),  (ri)Caduta. 

Ad ogni sfida risolta se ne presentava una più complessa e sempre senza uscita. Ho iniziato a togliere, l’io prima di tutto. L’io non ha senso pratico. 

Ma la sequenza continuava. 

Qual’è la strada allora ?. ” togliere l’inutile “. 

Un caro amico che questo lo fa di mestiere, se la prese a ridere e mi mandò a spaccare la legna disse “è meglio”. fatto. Diventato nulla, su di una montagna al freddo, ho scoperto il significato di quelle piccole cose, di quegli oggetti insignificanti, di quelle stupidaggini a cui ero affezionato. 

Consigli a caso : 

“Stai sereno” sempre, “guarda che è la cosa più difficile del pianeta”. 

Sto sempre ordinato, ma contrasta con la mia indole che è invece caotica e veloce, che pretende di seguire l’istinto e di fare cambi repentini. di ottenere il risultato con il metodo edonistico. 

“Non hai pazienza”.

No, non ne ho. Sono diventato grande mentre aspettavo. 

“Hai troppa rabbia”. 

Scusa Tu al posto mio non saresti incazzata ?.

“Ti sembro incazzata ? “. 

No certo ma ti fai quattro canne al giorno e stai pensando a rinchiuderti in un monastero. 

L’ultima domanda che mi fanno è “cosa cerco” … 

Mi sento come il capitano delle linea d’ombra. ma quello è un libro adolescenziale. 

Non trovo un senso alle cose. 

 

Ho aperto il cuore e la mente alle emozioni, ma è stato un bagno di sangue. sono diventato vulnerabile e non ci ero abituato, però è fighissimo. mi lascio aperto ai sentimenti ed è straordinario meglio della droga o dell’alcool una vertigine di sensazioni, fino alla pelle. gigantesco. pericoloso ma gigantesco.     

Vorrei …

ecco dove sbagli “vorrei” … 

Sta bene, Io non vorrei. 

Io come tutti ho bisogno di.    

Di cosa ? 

Di essere uomo, padre, amante e leader. 

“Ma lo sei”  

Andrea fai presto tu a dire  

Ti rispondo “Lo sono ma solo a metà”. 

Perchè le cose belle finiscono e hanno sempre un conto da pagare. e io i conti non riesco a pagarli. 

Cosa hai scoperto di te   ? 

Che mi piace la gente, tutta, è meravigliosa, cattiva,  ma meravigliosa. 

Ho trovato sorrisi e cuore nella spazzatura. 

Che in fondo la vita non è cosa fai, non è cosa porti o cosa possiedi, li non si nasconde la felicità.

Io almeno non l’ho trovata. 

Cosa vuoi. 

Il suo abbraccio. 

Giocare a pallone con Nicolino.

Scopare la mattina presto e farmi graffiare la schiena. 

Fare il sapone con l’olio di oliva. 

Raccontare storie.

Non è tanto. 

“Già lo penso anch’io”.

che facciamo allora 

Andiamocelo a prendere … 

Mi sa tanto che ci riesce stavolta.

  

INPS, USL, Agenzia per il lavoro IV. Ovvero niente scalfisce la burocrazia.

Le puntate precedenti :  

L’ufficio collocamento è la dimostrazione pratica dell’italianizzazione del Wellfare e della riforma del lavoro. 

Dopo 50 anni di lotte sindacali il collocamento, ovvero l’agenzia per il lavoro (la definizione ultima), visto che “collocamento” appariva non politically correct è lo stato di fatto del lavoro in Italia,  è l’epigrafe monumentale al diritto al lavoro, è in sostanza un ente inutile. 

La globalizzazione e l’informatica hanno creato nuove opportunità sia al capitale che al commercio globale. Nulla di tutto ciò, sembra aver minimamente scalfito l’amministrazione pubblica italiana.

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Il collocamento, è un registro di chi cerca lavoro e di chi lo offre, ma quest’ufficio non sembra avere acquisito rapporti ne con uno ne con l’altro.

Qui sembra piuttosto che lo scopo sia quello di sancire la resa. 

Una cosa la fa, genera corsi professionalizzanti di dubbia efficacia e utilità. 

Preso da sconforto, affronto l’ineluttibilità del danno minore. 

Sono andato a iscrivermi per dimostrare la mia buona volontà nella ricerca di lavoro, offrendo così agli statali che controllano il gregge domestico che sono intenzionato a fare ciò che è necessario a preservargli i loro privilegi.e magari sperando da conformista di ottenerne in minima parte di quei privilegi anche io. (applicando cioè il Principio della conformità italica). 

Fatta la prima coda ricevuto primo modello, seconda coda altro numeretto, terza coda Pin e altro modello di dichiarazione, poi quinta coda e altro numeretto, da casa telematico … manca il modulo al collocamento infine altra coda altro numeretto… 

Ora : Sono seduto da due ore e mezza in questo non luogo che è l’androne di un palazzo trasformato all’uopo in ufficio, comprato per salvare qualche costruttore in difficoltà e ceduto con costi esorbitanti al comune, che visto che non sapeva che farci l’ha reso pubblico alla buona. 

sono due ore e mezzo che sono qui… 

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Entro. chiamano il  334 è il mio turno. 


Il colloquio si svolge in una stanza la 10 (ne esisteranno altre nove ?) alla fine di un lungo corridoio. Mi chiedono solo il modulo riempito, non c’è scritto nulla serviva solo il codice fiscale, e mentre la signora scrive al terminale salta fuori che io ho registrate diverse voci,


S:   “ma sono dei contratti”, “lei ha lavorato ?” tono accusatorio, 

Io   “Si, regolarmente con contratti e contributi”, 

S.   “ah ma non è iscritto a Tiburtina” sancisce, 

Io   “perchè scusi” ,

S.   “perchè Perugia non l’ha trasferita”, 

Io   “cosa cambia ?

S.   “bisogna aspettare che trasferiscono la pratica”

Io   “quindi ?” 

S.   “O va a Perugia o possiamo richiederla noi …

Io   “quanto tempo occorre ?” 

S.   “Un paio di mesi”. 

Io. “mi mandate una Mail ? 

S.   Ride …

S.   “ripassi fra tre mesi vediamo che è successo” 

Io   “in tre mesi Napoleone aveva fondato un impero, Rommell conquistato la Grecia e la Jugoslavia, tre mesi è il tempo che è durata la seconda repubblica francese, tre mesi ci ha messo Colombo a scoprire un nuovo mondo, tre mesi servono ad andare e tornare dalla Luna… Spero di non averne bisogno, grazie comunque”. 



Esco e mi rendo conto che non solo è complicato ma bisogna avere tigna essere coriacei anche per ottenere anche una cosa inutile. 

Se è così che affrontiamo il mondo globale, come credete che possiamo risolvere problemi più complessi ?.    


C’è un dialogo ne “La Grande Bellezza”, sul senso Civico, credo che sia una summa migliore della mia.  

 

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ufficio complicazioni e pratiche irrisolvibili III capitolo

l Ufficio di collocamento, ovvero l’Agenzia per il lavoro, o come si chiama.


Smista nel suo complesso, una parte delle operazioni burocratiche quanto irrisolvibili: cercare il lavoro. Opera a cui si dedica il 40% degli italiani in questo momento. Cioè il 70%  escludendo dal conto quelli che sono i pensionati i portatori differenti di capacità o differentemente abili, i figli di papà e i sovvenzionati al nero.

Siamo solo all’inizio.

“Munisciti di pazienza e di pace nel tuo cuore”, ho sognato il furetto di Kung_ fu- Panda stanotte un presagio. Quindi mi sveglio presto pregno di buoni propositi, lascio a casa l’ AK_47 e la Katana almeno posso prendere la metropolitana, sono radioso questa mattina.

Prendo invece un libro sullo Zen, sono certo che potrà aiutarmi. lo zen e l’arte di farsi i fatti propri. 

Credo che nessuno andando all’ufficio di collocamento (o come si chiama oggi) abbia mai sinceramente pensato anche lontanamente, nemmeno per una frazione di secondo, alla sua utilità funzionale, allo scopo per cui è nato, cioè fornire lavoro al personale che siede dietro quelle scrivanie. Ma loro nella magnificenza del sistema burocratico Italiano stanno li a darti in teoria la  possibilità, un informazione, una conoscenza “Sapere dove cercano un lavoratore inoccupato”. Nessun esito conosciuto. è uno dei dogmi italiani senza questa iscrizione è assolutamente inutile al fine proprio, non puoi avere una serie di altri documenti che invece ti possono realmente agevolare nella vita pratica, e che nulla hanno a che fare con il lavoro.  Paradossi che nessun matematico potrebbe spiegare e e come spesso accade nelle accademie vengono coperti dalla teoria del pessimismo cosmico o dall’ineluttabilità delle disgrazie nazionali” . esiste poi tra i complottisti un postulato che afferma semplicemente che ” essendo vuoto in pratica non esiste”. di fatto è introvabile, sono ricorso ad una maga di piazza Vittorio (la signora Morgana)  che con venti euro, mi ha indicato approssimativamente il luogo sacro dell’occupazione (tra tor tre teste anagnina e da qualche parte verso il raccordo. Partenza attorno alle ore 7 e 30, di un giorno di autunno, un Venerdi.

L’arrivo tramite metropolitana altezza Cinecittà è piuttosto difficile.

Il fatto di essere già stato iscritto in altri ufficio provinciali Alla Tiburtina e a Montesacro (nel 1989)  è irrilevante. al cambio di residenza bisogna r iniziare tutto daccapo. Provenendo da Perugia risulto emigrato. Il bacino di utenza di Cinecittà è di circa 1milione e mezzo di utenti. Solo Mr B nella sua massima idoliatria avrebbe potuto pensare di risolvere e promettere tutti questi posti di lavoro. Caronte su mezzo dell’atac mi indica la strada. 

Mi accoglie: ore 9,00 circa, entro facendo una respirazione profonda nel locale di circa trecento cinquanta metri quadri con 250 300 persone sedute. 

Al desk prendo il modulo, ma non serve, devo prendere un bigliettino numerico facendo la prima fila ad uno dei cinque sportelli informazioni, che preciso informazioni non ne danno, ma consegnano i numeri e basta.

Dall’altro capo della sala stanno sedute tre persone: Una guardia giurata armata, che mi hanno spiegato serve perché ogni tre giorni c’è una rissa. Un diversamente abile che funge da traduttore per i sordomuti. Una signora che funge da contatore elettronico (come dicevo ieri l’altro, l’ufficio serve a creare posti di lavoro) La signora legge numeri, 110 c’è 111 stanza 10, il 112 pure.

Arriva e passa davanti a me di tutto. L’incredibile eterogeneità dei personaggi meriterebbe un servizio del National Geographic, e un paio di racconti di Pasolini. Se non lo vedete non capireste.


Un mondo intero nazionalità e facce bellissime situazioni di ogni tipo e ovviamente impiegati del comune che fanno dello sgarbo e della sciatteria la loro manifestazione principe di orgoglio.  Mi accomodo sono il 334 “avvoja” dice il vicino.


Apro la Repubblica, e il Corsera. Leggo in prestito l’oroscopo di Branko e il Calciomercato della Roma sull’altro corriere. Ci scambiamo con i vicini giornali e informazioni. Un po di qualunquismo, diversi chilogrammi di disgrazie, amici supereroi, cattiverie e pettegolezzi sulla signora dei numeri:

Qualcuno propone giochi di gruppo sciarada ? Ruba bandiera ? Nascondino ?

alcuni Jiovini credono che il “Decreto del Fare” sia utile. Le risate si sprecano. 


In questo mondo si passa e “Bisogna avere fede nella raccomandazione, Nel sotterfugio, e una buona dose di Calci in culo” sentenzia un Esodato.

“Credo da parte Mia che una dose di Faccia a Culo e indomito ottimismo aiuti comunque a svangarla” sentenzio Io, Si chiudono questo inutili Dialogoi sul 299 il turno del vicino. 


Manca poco sto per entrare …

Fine della terza puntata 

Dentro è un altra storia.  

          

Alle volte mi sveglio, alle volte no !?.